Comunità Redemptor hominis 
Via Radici in Piano, 15/A – 41049 Sassuolo (MO) 
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“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Questa domanda ci fa superare la tentazione di guardare indietro, a ciò che è stato ieri, e ci spinge in avanti verso il futuro”.

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"Anche a noi Gesù dice: ‘Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta e vai avanti. Non avere paura, vai avanti. È la tua vita è la tua gioia'. La prima domanda che il Signore pone a tutti, oggi, è quindi: ‘Vuoi guarire?'. E se la risposta è ‘Sì, Signore', Gesù esorta: ‘Alzati!'".

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"L'accidia è quel vivere tanto per vivere, è quel non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita: è l'aver perso la memoria della gioia".

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"Guai al popolo che si dimentica di quello stupore del primo incontro con Gesù. È lo stupore descritto anche nel Vangelo - ‘le folle furono prese da stupore' - che apre le porte alla parola di Dio".

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"Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da lui, voltiamo le spalle. Un atteggiamento che porta delle conseguenze: se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci. E di tanto chiuderci le orecchie, diventiamo sordi alla parola di Dio".

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"Non andiamo da tanti sepolcri che oggi ti promettono qualcosa, bellezza, e poi non ti danno niente! Lui è vivo! Non cerchiamo fra i morti colui che è vivo!".

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"Abbiamo bisogno di sentirci ripetere e di ricordarci a vicenda l'ammonimento dell'angelo! Questo ammonimento, ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo', ci aiuta ad uscire dai nostri spazi di tristezza e ci apre agli orizzonti della gioia e della speranza".

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"Gesù non è nel sepolcro, è il Risorto! Lui è il Vivente, Colui che sempre rinnova il suo corpo che è la Chiesa e lo fa camminare attirandolo verso di Lui".

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"Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Questa domanda ci fa superare la tentazione di guardare indietro, a ciò che è stato ieri, e ci spinge in avanti verso il futuro".

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"Gesù si è consegnato volontariamente alla morte per corrispondere all'amore di Dio Padre, in perfetta unione con la sua volontà, per dimostrare il suo amore per noi. Ciascuno di noi può dire: ‘Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Ciascuno può dire questo per me'".

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"Mostriamo la gioia di essere figli di Dio, la libertà che ci dona il vivere in Cristo, guardiamo alla Patria celeste. È un servizio prezioso che dobbiamo dare a questo nostro mondo, che spesso non riesce più a sollevare lo sguardo verso Dio".

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"A chi ci chiede ragione della speranza che è in noi, indichiamo il Cristo Risorto. Indichiamolo con l'annuncio della Parola, ma soprattutto con la nostra vita di risorti".

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"Il Signore Risorto è la speranza che non viene mai meno, che non delude. La speranza di noi cristiani è forte, sicura, solida in questa terra, dove Dio ci ha chiamati a camminare, ed è aperta all'eternità, perché fondata su Dio, che è sempre fedele".

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"Con la Risurrezione di Gesù qualcosa di assolutamente nuovo avviene: siamo liberati dalla schiavitù del peccato e diventiamo figli di Dio, siamo generati cioè ad una vita nuova".

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"La Settimana Santa è un tempo di grazia che il Signore ci dona per aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie, ed uscire incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede".

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"Vivere la Settimana Santa è entrare sempre più nella logica di Dio, nella logica della Croce, che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell'amore e del dono di sé che porta vita. È entrare nella logica del Vangelo".

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"Vivere la Settimana Santa seguendo Gesù vuol dire imparare ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto".

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"Io posso perdonare solamente se mi sento perdonato. Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai".

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"Per entrare nel mistero del perdono dobbiamo vergognarci. Ma, non possiamo da soli, la vergogna è una grazia: ‘Signore, che io abbia vergogna di quello che ho fatto'. E così la Chiesa si mette davanti a questo mistero del peccato e ci fa vedere l'uscita, la preghiera, il pentimento e la vergogna".

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"A tutti i cristiani, Giuseppe doni la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri".

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"Che ai giovani Giuseppe dia - perché lui era giovane - la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni".

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"Giuseppe dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi".

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"Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze, anche delle nostre debolezze. Infatti egli è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati. Egli è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede".

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"Abitualmente il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto difficilmente, perché è chiuso in se stesso".

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"È bene chiederci se il dramma di tanta gente entra nel mio cuore oppure se sono proprio come quel ricco di cui parla il Vangelo, a cui non entrò mai nel cuore Lazzaro, del quale avevano più pietà i cani. E se io fossi così come quel ricco, sarei in cammino dal peccato alla corruzione".

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"Il nostro cuore ci tradisce se noi non stiamo attenti, se non siamo in continua vigilanza, se siamo pigri, se viviamo con leggerezza. E questa strada è una strada pericolosa, è una strada scivolosa, quando mi fido soltanto del mio cuore: perché lui è infido, è pericoloso".

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"L'opzione tra due modi di vita, che divengono poi pilastri di vita, viene dal cuore: la fecondità dell'uomo che confida nel Signore e la sterilità dell'uomo che confida in se stesso, nelle sue cose, nel suo mondo, nelle sue fantasie o anche nelle sue ricchezze, nel suo potere".

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"Convertirsi non è andare da una fata che con la bacchetta magica ci converta: no! È un cammino. È un cammino di allontanarsi e di imparare. È un cammino che richiede coraggio, per allontanarsi dal male, e umiltà per imparare a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di cose concrete".

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"Il modo migliore per collocare l'essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l'essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi".

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"Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite".

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"Se si vuole veramente costruire un'ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio".

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“Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia”.

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"Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c'è nemmeno spazio per la globalizzazione dell'indifferenza".

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"La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l'accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso".

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"Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull'ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri".

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“L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”.

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"Lo scandalo è dire una cosa e farne un'altra; è la doppia vita".

 

 

 

 

La diocesi di San Lorenzo (Paraguay) ha una superficie di 1.944 Km2 e una popolazione di 894.000 abitanti, di cui 793.000 cattolici.

Copre un territorio essenzialmente urbano: quello della periferia della capitale Asunción, con le sue città satellite. Ospita il campus dell’Università nazionale.

La diocesi corrisponde a una porzione considerevole del Departamento Central, il più piccolo ma il più popolato e dotato, nel Paese, dei migliori livelli di infrastruttura e dei più alti indici di sviluppo umano dopo la capitale; indici, comunque, nettamente inferiori a quelli di Argentina, Brasile e Uruguay. Vi si concentra gran parte delle poche industrie del Paese.

Il territorio, pianeggiante e collinare, si estende fino ai due più importanti laghi del paese, il lago Ypacaraí e il lago Ypoa, che delimitano i confini rispettivamente con il Departamento de Cordillera e con il Departamento de Paraguarí.

Il clima è subtropicale, con temperature massime, in estate, intorno ai 40° C, e minime che in inverno possono scendere anche a 0° C. Le stagioni non sono ben definite, in ragione del calore che predomina spesso anche in inverno. Le precipitazioni, abbondanti, sono distribuite su tutto l’anno. Per l’alta umidità, la sensazione di calore diventa più soffocante.

Questa regione, conosciuta storicamente come “Comarca asuncena”, fu la prima ad essere popolata. Diverse delle sue città furono fondate già nel XVI e XVII secolo, come presidi e fortini militari o come Reducciones, opera soprattutto del francescano Luis de Bolaños, mentre altre nacquero nel XVIII secolo intorno a cappelle che erano centri di evangelizzazione. La città di San Lorenzo, sede della diocesi, sorse nel XVI secolo come insediamento di alcune famiglie di agricoltori che lavoravano in piantagioni di proprietà dei gesuiti.

Attualmente la regione è oggetto di una rapida crescita demografica, in quanto meta di una massiccia immigrazione interna, accompagnata ad un crescente sviluppo economico che la differenzia profondamente dal cosiddetto “interior”, ancora prettamente rurale, e che è alla base del sorgere di stili di vita marcati dalla cultura moderna e a tratti addirittura postmoderna.

Dal punto di vista sociale il territorio della diocesi si caratterizza per alti indici di disuguaglianza, visto che buona parte della popolazione vive in condizioni precarie ed ha poche possibilità di accesso ai servizi fondamentali, soprattutto in ambito sanitario.

La diocesi di San Lorenzo è sorta nell’anno 2000 dallo smembramento di una parte considerevole del territorio dell’arcidiocesi di Asunción.

Il 4 luglio 2015 è stato nominato Vescovo della diocesi Mons. Joaquín Hermes Robledo Romero.

Questa circoscrizione ecclesiastica può contare su 23 sacerdoti diocesani e 15 sacerdoti appartenenti ad Istituti religiosi, il che corrisponde ad una percentuale di oltre 20.000 cattolici per sacerdote, nettamente più sfavorevole rispetto alla media dell’America Latina (circa 7.000 per sacerdote) e dell’Europa (circa 1.500 per sacerdote). 

Il contesto economico e sociale rende rapidamente obsoleta la religiosità tradizionale che ancora impregna il mondo rurale e spinge a rimettere in discussione gli antichi paradigmi pastorali.

Fin dall’inizio della sua presenza nella diocesi di San Lorenzo – presenza che originariamente fu esclusivamente femminile e che coincise con la creazione stessa della diocesi – la Comunità Redemptorhominis ha voluto dare un apporto specifico alla definizione di un piano pastorale diocesano, elaborato in maniera definitiva nel 2010 e costruito intorno a quattro assi: Formazione, Dimensione antropologica, Comunione, Conversione e Riconciliazione.

Nel dicembre 2002, con apposita Convenzione, la diocesi ha affidato alla nostra Comunità la parrocchia Sagrado Corazón de Jesús, nella città di Ypacaraí.

Sempre nella diocesi di San Lorenzo vi è la sede del Centro de Estudios “Redemptor hominis”.

Michele Chiappo

 

 

 

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La diocesi di Reggio Emilia-Guastalla ha una superficie di 2.394 Km2 e una popolazione di circa 555.549 abitanti.

Il territorio della diocesi si estende da nord a sud, rispettando la configurazione geografica della provincia, inglobando, però, alcuni comuni della provincia di Modena come Sassuolo, Prignano e parte della zona di Montefiorino. Esso va dalla zona del Po, a nord, fino al crinale dell’Appennino tosco-emiliano, a sud, dove troneggia il Monte Cusna con i suoi 2.120 m. di altezza.

Il clima presenta caratteristiche diverse a seconda del territorio. Le estati sono molto calde con temperature superiori ai 30° C, con tasso di umidità elevato. L’inverno è molto rigido con le nebbie a dettare legge, soprattutto nella bassa verso il Po, e con nevicate importanti nella zona appenninica.

La storia della città e della provincia di Reggio Emilia è stata profondamente marcata dalla Seconda Guerra Mondiale. Il territorio reggiano diviene luogo di formazione di bande partigiane, nell’insieme di quei movimenti politici e militari che prenderà il nome di “Resistenza”, che in Italia dopo l’annunzio dell’8 settembre 1943 dell’armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo nell'ambito della guerra di liberazione italiana.

Il 25 aprile 1945 segna una svolta storica: si ricostituiscono le amministrazioni democratiche prima sotto la guida del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) che aveva condotto la lotta armata poi, con le prime elezioni del 1946, con amministrazioni democraticamente elette. Reggio vede subito il predominio del PCI (Partito Comunista Italiano). Il clima del dopoguerra fu però funestato da numerosi omicidi politici da parte di bande comuniste nei confronti di avversari politici o di ecclesiastici, nel cosiddetto “triangolo della morte”.

Lo sviluppo economico porta ad una intensa emigrazione dal Sud Italia, in particolare dalla Calabria e dal paese di Cutro, con occupati prevalentemente nel settore edilizio. Gli anni ’70 e ’80 vedono un forte sviluppo economico legato alla produzione della “ceramica”. Lo sviluppo del distretto è collegabile essenzialmente alla disponibilità di materia prima proveniente dalle cave della zona appenninica e ad una tradizione nella produzione di ceramiche che trova traccia negli archivi storici fin dal XVIII secolo.

Dagli anni ’80 il benessere, raggiunto con lo sviluppo dei principali settori produttivi, porta Reggio Emilia ai primi posti nelle classifiche nazionali per livelli economici e di alcuni servizi (fra i quali spiccano gli asili comunali).

Fra il 2000 e il 2009, la provincia di Reggio Emilia ha visto un notevole incremento dell’immigrazione straniera. La tipologia degli immigrati è molto variegata: sono presenti nel territorio 136 nazionalità (record nazionale); quasi il 60%, però, è concentrato in 6 nazioni (Marocco, Albania, India, Pakistan, Cina e Romania).

Se fino alla fine degli anni ’90 l’immigrazione dal sud d’Italia e da nazioni straniere è stata salutata come fattore di sviluppo collegato alla crescita economica, con il tempo – ancor prima della recente crisi economica – ha iniziato a porre problemi di integrazione, resa oggi più critica dal fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale della crisi delle reti sociali e familiari. La stagnazione-recessione economica degli ultimi due anni inizia a porre problemi di competizione per le risorse, che si percepiscono in decrescita, da parte degli autoctoni – e degli immigrati dal sud Italia – verso gli stranieri.

All’interno di questa imponente trasformazione si inseriscono segnali di difficoltà che attraversano ceti sociali finora mai attraversati dal rischio della povertà.

Alcuni di questi segnali sono strettamente legati alla recente crisi economico-finanziaria: la somma delle persone in cassa integrazione e di quelle in cerca di occupazione raggiunge il 20% della forza lavoro provinciale, con intuibili rischi di apertura di conflitti sociali.

Sta avvenendo, indiscutibilmente, una trasformazione della gens reggiana di natura culturale e antropologica di tale portata da incrinare il rapporto tra comunità locale autoctona che accoglie e le diverse piattaforme culturali presenti all’interno del territorio.

L'origine della diocesi di Reggio Emilia è datata tradizionalmente al I secolo, tuttavia si hanno riscontri storici affidabili di un Vescovo reggiano solo a partire dal 451, anno in cui Favenzio prese parte al Concilio di Milano.

Originariamente suffraganea dell’arcidiocesi di Milano, nel VII secolo entrò a far parte della provincia ecclesiastica dell’arcidiocesi di Ravenna. Il 10 dicembre 1582 divenne suffraganea dell'arcidiocesi di Bologna.

La diocesi di Guastalla è stata eretta il 18 settembre 1828.

Il 22 agosto 1855, le due diocesi sono entrate a far parte della provincia ecclesiastica dell’arcidiocesi di Modena.

Il 10 febbraio 1973, Mons. Gilberto Baroni, già Vescovo di Reggio Emilia dal 1965, fu nominato anche Vescovo di Guastalla, unendo così in persona episcopi le due diocesi.

Il 30 settembre 1986, in forza del decreto Instantibus votis della Congregazione per i Vescovi, fu stabilita la plena unione delle due diocesi e la nuova circoscrizione ecclesiastica ha assunto il nome attuale.

Sede vescovile è la città di Reggio Emilia, dove si trova la Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, un edificio di impianto romanico, oggetto di numerose ricostruzioni e modifiche nel corso dei secoli, sito nel centro storico del capoluogo emiliano. A Guastalla si trova la Concattedrale dedicata a San Pietro Apostolo.

Dal dicembre 2012, la diocesi è retta dal Vescovo Mons. Massimo Camisasca.

La diocesi è suddivisa in 318 parrocchie, raggruppate in 11 vicariati. Essa può contare su 296 sacerdoti, di cui 256 secolari, 32 regolari e 8 extradiocesani che esercitano il ministero in diocesi.

Le linee pastorali portanti della diocesi sono quelle tradizionali dello sviluppo e cura della liturgia, della formazione dei fedeli e dell’organizzazione della carità, forte dell’esperienza iniziata da don Mario Prandi delle “Case della Carità” che ne sono l’anima, ma anche di gruppi Caritas e di altre iniziative e organizzazioni parrocchiali.

Notevolmente sviluppato è il discorso dei ministeri, soprattutto quello del diaconato permanente, grazie all’opera dell’indimenticabile don Alberto Altana. Attualmente, i diaconi permanenti presenti in diocesi sono 102.

Sulla scia dei suoi predecessori, Mons. Camisasca vuole dare un impulso particolare alla pastorale familiare e a quella giovanile.Sensibile al mondo missionario, la diocesi ha 5 missioni diocesane: in Madagascar, India e Albania, affidate alla cura pastorale delle “Case della Carità”, e in Brasile e Ruanda, affidate ai preti diocesani.

Altra priorità della Chiesa locale è il rapporto con gli immigrati.

La Comunità Redemptor hominis è presente in diocesi, nella città di Sassuolo (MO), dalla metà degli anni ’70. Dopo aver condotto per diversi anni le parrocchie di Cadiroggio, nel comune di Castellarano (RE), e di Villalunga, nel comune di Casalgrande (RE), a partire dal mese di settembre del 2015, la Comunità offre un servizio di collaborazione nell’Unità Pastorale “Madonna del Carmelo” (Rometta-Pontenuovo-San Michele de’ Mucchietti-Pigneto), in provincia di Modena.

Sin dal suo inserimento nel territorio diocesano, la Comunità, soprattutto la comunità femminile, ha dato testimonianza dell’impegno nel mondo del lavoro, dapprima nell’ambito della ceramica e poi in quello ospedaliero.

Negli anni ’80 e ’90, la Comunità è stata presente anche nel mondo della scuola, con l’insegnamento della religione cattolica in diversi istituti di Sassuolo.

A Sassuolo vi è la sede dell’Ufficio Missioni Redemptor hominis, attraverso il quale la Comunità organizza l’attività di animazione missionaria e cura le iniziative editoriali legate alle attività del Centro Studi Redemptor hominis.

Sandro Puliani

 

 

 

 

 

 

La diocesi di Mbalmayo si estende, a sud di Yaoundé, la capitale del Camerun, su un territorio di circaDiocesi di Mbalmayo 2 11.664 km2 comprendente due dipartimenti della regione del Centro: il “Nyong-et-Soo” ed il “Nyong-et-Mfoumou”.

Conta una popolazione di 323.000 abitanti di cui 194.700 cattolici. Due aree culturali vi sono presenti: quella legata al popolo Beti nel “Nyong-et-Soo” e quella delle popolazioni Maka nel “Nyong-et-Mfoumou”.

Il territorio si trova in piena zona equatoriale contrassegnata dalla presenza di una foresta degradata a causa dello sfruttamento forestale e agricolo. Il clima, caratterizzato da forti precipitazioni e da un’abbondante umidità, comprende quattro stagioni distinte: due stagioni secche che si alternano a due stagioni delle piogge di differente intensità.

L'agricoltura costituisce l'unica risorsa di questa regione grazie soprattutto alla produzione del cacao, del caffè e alle culture per uso alimentare. Lo sfruttamento del legno pregiato della foresta è destinato principalmente all'esportazione. A partire dagli anni ‘30 del secolo scorso l'intensificazione dell'economia coloniale contribuì allo sviluppo dell’antico centro dell’amministrazione tedesca di nome Vimli, in seguito chiamato Mbalmayo, dal nome di un notabile che vi abitava.

È negli anni ‘50 che tale movimento di sviluppo raggiunse il suo apice. Esso fu marcato dalla realizzazione di diverse infrastrutture urbane e da un’ondata di migrazioni, anche dalle regioni più lontane del Paese, che fecero di Mbalmayo una città multietnica.

Della vita di Mbalmayo all'epoca coloniale, rimangono come testimonianza privilegiata i romanzi Ville cruelle del 1954 e Le pauvre Christ de Bomba del 1956, del celebre scrittore Alexandre Biyidi, più noto attraverso gli pseudonimi d'Eza Boto e Mongo Beti. I crimini efferati compiuti nella città, proprio in quegli anni, e le esecuzioni capitali pubbliche che seguirono fecero sì che il titolo del romanzo Ville cruelle divenisse ormai il nuovo soprannome di Mbalmayo.

Il 22 agosto 1961, nel clima di effervescenza dell’indipendenza, gli abitanti della città furono meravigliati e fieri di potere accogliere, come loro nuovo pastore, Mons. Paul Etoga, il primo Vescovo di colore dell'Africa francofona. L'accompagnamento dei giovani seminaristi e la formazione dei catechisti furono le sue priorità pastorali, insieme a un'attenzione particolare ai problemi di promozione umana.

Gli anni ’60, tuttavia, a causa degli effetti della rivoluzione dei trasporti che facilitarono gli scambi con Yaoundé e Douala, la capitale economica del Paese, rendendo obsolete le succursali disseminate sul territorio dalle compagnie di esportazione, marcarono la graduale decadenza di Mbalmayo, accentuata dalle crisi economiche successive.

La città resta tuttavia un fondamentale nodo di comunicazione e un centro amministrativo importante. Attira soprattutto i giovani delle campagne del Centro e del Sud grazie alla presenza di numerose scuole superiori. Alcuni stabilimenti di trasformazione del legno ancora in funzione fanno di Mbalmayo, praticamente, l'unico centro industriale della regione. In questi ultimi anni, grazie alla cooperazione internazionale, sono stati avviati alcuni progetti in vista dell'espansione e della modernizzazione del settore urbano e del rafforzamento delle potenzialità turistiche.

Il 15 novembre 1984, Mons. Adalbert Ndzana, attuale Vescovo di Mbalmayo, fu nominato Vescovo coadiutore e il 27 marzo 1987 succedette a Mons. Paul Etoga.

Mons. Adalbert Ndzana, nato il 17 luglio 1939, è stato ordinato sacerdote il 15 agosto 1969, dopo aver completato gli studi teologici a Roma, al Collegio Pontificio di Propaganda Fide. Il 20 gennaio 1985, è stato ordinato Vescovo scegliendo come motto Et veritas liberabit vos.

Fin dall'inizio, il suo ministero è stato caratterizzato dall’impegno a favore delle famiglie e della gioventù. Mons. Adalbert Ndzana ha accordato, inoltre, un'attenzione speciale alla formazione permanente dei suoi preti fra i quali diversi sono attualmente incaricati della formazione nei Seminari provinciali e dell'insegnamento all'Università Cattolica di Yaoundé.

In questo stesso periodo, sono state fondate numerose parrocchie. Attualmente, la diocesi di Mbalmayo conta 80 parrocchie - di cui la più antica, Minlaba, è stata creata nel 1912 - ed il suo presbiterio è costituito di circa novanta preti fra cui una decina di religiosi.

Numerose opere di promozione umana sono state realizzate al servizio dell'educazione della gioventù e del miglioramento delle infrastrutture sanitarie. Per l'approfondimento della vita spirituale dei fedeli, la diocesi si è dotata di due centri per ritiri, senza dimenticare il santuario "Maria, Regina della pace", costruito sulla collina rocciosa che domina la città.

Essendo ormai compiuta la fase della plantatio Ecclesiae, la diocesi di Mbalmayo si ritrova attualmente impegnata nella nuova tappa dell'approfondimento della fede. Questo approfondimento costituisce non solo la risposta credibile alle sfide poste dalle sette, ma soprattutto la garanzia affinché tutte le opere possano restare fedeli alla loro identità, al servizio dell'evangelizzazione ed essere, all’interno della società divisa tra tradizione e modernità, fermento di riconciliazione, di giustizia e di pace.

La Comunità Redemptor hominis è presente dal 1990 nella diocesi di Mbalmayo; nel 1995, le è stata affidata la cura pastorale della parrocchia Bienheureuse Anwarite d’Obeck.

Fin dagli inizi la presenza della Comunità in diocesi è stata regolata da una Convenzione, aggiornata nel 2013. La Comunità Redemptor hominis è stata riconosciuta anche civilmente in Camerun nel 1988.

A livello della parrocchia Bienheureuse Anwarite d’Obeck, l’impegno della Comunità è soprattutto caratterizzato dalla formazione permanente dei fedeli, attraverso la creazione della Scuola di formazione per laici, formazione che ha permesso l'emergenza di alcune priorità quali la pastorale della responsabilità e la partecipazione all’autofinanziamento della parrocchia, l’attenzione ai più poveri, con la presenza del gruppo Caritas, e l’accompagnamento dei giovani.

I membri della Comunità Redemptor hominis presenti a Mbalmayo collaborano attivamente all’edificazione della Chiesa locale attraverso l’impegno nel campo della formazione dei laici, dei religiosi e dei sacerdoti; per dieci anni circa, hanno assicurato, inoltre, anche il coordinamento della pastorale degli studenti della città.

Presso la sede della Comunità a Mbalmayo vi è il Centre d’Études Redemptor hominis per la promozione della pastorale della cultura.

Franco Paladini

 

 

 

     Statuto in italiano       Statuto in spagnolo

                                                 

     

 

   Statuto in francese       Statuto in olandese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Comunità Redemptor hominis, composta da un ramo maschile e uno femminile, da sacerdoti e laici con un’unica spiritualità, vide il suo primo nucleo costituirsi intorno al 1970, quando Emilio Grasso, sacerdote della diocesi di Roma, con il permesso dell’Autorità ecclesiastica, si trasferì a vivere in mezzo ai baraccati del borghetto Alessandrino, vicino alla zona del Quarticciolo, esercitandovi il suo ministero. In quel contesto di apostolato attivo a servizio dei poveri e degli emarginati, un gruppo di giovani si riunì attorno a lui, attratto dalla sua parola e dalla sua testimonianza. I membri furono conosciuti, nella zona dei baraccati, in maniera informale come “Monaci del Padre”. Queste origini storiche, vissute concretamente a fianco dei poveri e dei giovani delle baracche romane, marcarono in maniera fondamentale l’esperienza di Emilio e l’identità della nuova Comunità che stava nascendo.

A metà degli anni ’70 la Comunità, cresciuta leggermente di numero, si trasferì a vivere in due monasteri abbandonati, uno maschile e uno femminile, dell’Italia centrale. In quegli anni, caratterizzati da tensioni e incomprensioni esterne che la novità di vita della Comunità non tardò a suscitare, alcuni membri si stabilirono nella diocesi olandese di Roermond, mentre altri si trasferirono in quella belga di Hasselt, su invito dei rispettivi Vescovi. In questo stesso periodo la Comunità si stabilì anche a Sassuolo, in Italia, nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla (la plena unione delle due diocesi e la nuova circoscrizione ecclesiastica fu stabilita il 30 settembre 1986). In seguito, l’estensione della Comunità avvenne anche fuori dell’Europa: in Camerun (1977) e in Paraguay (1981).

Il primo riconoscimento giuridico ufficiale da parte dell’Autorità ecclesiastica risale al 1981, quando la Comunità fu eretta dal Vescovo di Hasselt, Mons. Jozef-Maria Heusschen, come “Pia Unione Redemptor hominis”. Ad essa furono incorporati, oltre ai membri che vivevano e operavano in Belgio, anche altri che operavano nei Paesi Bassi, in Camerun e in Paraguay.

Nel 1983 un secondo riconoscimento formale fu dato dal Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Mons. Gilberto Baroni, con un decreto di erezione della Comunità, con lo stesso nome, Statuto e spiritualità della Pia Unione della diocesi di Hasselt. A questa Associazione furono incorporati i membri che vivevano in Italia e alcuni che operavano in Camerun e in Paraguay.

Questa doppia esistenza canonica cessò nel 1990 con l’unificazione giuridica della Comunità sotto la responsabilità del Vescovo della diocesi-madre di Hasselt, considerata diocesi di erezione della Comunità Redemptor hominis. La Comunità fu riconosciuta come una “Associazione pubblica di fedeli”, secondo la normativa del nuovo Codice di Diritto Canonico. Sempre nel 1990 lo Statuto della Comunità fu adattato alle nuove norme del Codice di Diritto Canonico e fu approvato ad experimentum.

Il 27 maggio 2013, il Vescovo di Hasselt, Mons. Patrick Hoogmartens, ha approvato le nuove modifiche allo Statuto che rimane ad experimentum per un periodo di dieci anni.

Attualmente, i Vescovi delle diocesi in cui la Comunità vive e opera hanno approvato con atto giuridico formale l’estensione, cioè la presenza e l’azione della Comunità nelle loro diocesi. A questo atto giuridico è unita anche una Convenzione che stabilisce i reciproci diritti e doveri tra la singola Diocesi ove siamo presenti e la Comunità.

Sia in Camerun sia in Paraguay, la Comunità ha contribuito in maniera determinante alla plantatio Ecclesiae nelle seguenti missioni:

  • Bétaré-Oya, Moloundou (ex diocesi di Doumé);
  • Melen Baaba, Nkol Messi, Nkum Ekyé, Ozom (arcidiocesi di Yaoundé);
  • Nyamanga, Mbangassina (diocesi di Bafia);
  • Capitán Bado (diocesi di Concepción);
  • Tacuatí (diocesi di San Pedro).

Una volta realizzata questa attività, la Comunità, sempre in accordo con i Vescovi delle singole diocesi, ha lasciato queste missioni.

Esaurita la situazione tipica di “stato nascente” di comunità, entrati in una forma di stabilità istituzionale e conclusa la fase della plantatio Ecclesiae in luoghi differenti, la Comunità si è ritrovata in una condizione di crisi e ha sentito il bisogno di interrogarsi sulla propria identità e di ripensare profondamente le ragioni e i modi della sua esistenza, tenendo presente i mutati contesti storico-culturali.

Di fronte a questa nuova sfida che la Comunità è chiamata a raccogliere, il “Centro Studi Redemptor hominis”, frutto della riflessione sulla sua esperienza teologica, missionaria e pastorale, gioca un ruolo prioritario. Esso è parte integrante dell’attività apostolica che la Comunità svolge e cerca di costruire un’azione capace di rispondere ai “segni dei tempi” e alle attese del popolo di Dio, di far fronte alle sfide delle diverse situazioni missionarie e, in particolare, a quella del divorzio tra fede e cultura, come dramma della nostra epoca.

La Comunità è rimasta sempre formata da un piccolo numero di membri. Attualmente, con grande libertà interiore, nella fedeltà allo spirito delle origini e alle necessità della Chiesa che vive nel mondo di oggi, cerca di realizzare, nel suo piccolo, la grande intuizione di san Giovanni XXIII: “La Chiesa Cattolica non è un museo di archeologia. Essa è l’antica fontana del villaggio che dà l’acqua alle generazioni di oggi, come la diede a quelle del passato” (Giovanni XXIII, Omelia, 13 novembre 1960).

La Comunità mantiene viva la coscienza di quanto affermato da san Giovanni Paolo II e cioè che “nessuna forma particolare di vita consacrata ha la certezza di una durata perpetua. Le singole comunità religiose possono spegnersi. La garanzia di durata perpetua sino alla fine del mondo, che è stata data alla Chiesa nel suo insieme, non è necessariamente accordata ai singoli Istituti religiosi” (Giovanni Paolo II, Udienza generale, 28 settembre 1994).

Essa sa che può spegnersi, non avendo nessuna certezza di una durata perpetua.

Per questo, essa vive serenamente, con la Chiesa e nella Chiesa, “il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (Lumen gentium, 8), con grande attenzione al manifestarsi della volontà del Signore.

Nella sua breve storia, la Comunità ha sperimentato duramente esiti pastorali negativi derivanti “dall’attivismo e dal confidare troppo nelle strutture” (cfr. Papa Francesco, Omelia, 7 luglio 2013).

Anche grazie ai suoi fallimenti, essa ha compreso che “gli operai per la messe non sono scelti attraverso appelli al servizio della generosità, ma sono scelti e mandati da Dio. È Lui che sceglie, è Lui che manda, è Lui che dà la missione” (cfr. Papa Francesco, Omelia, 7 luglio 2013).

Essa oggi è cosciente che “la diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore” (Papa Francesco, Omelia, 7 luglio 2013).

Nella fedeltà alle proprie origini vocazionali e nel rispetto del suo Statuto, la Comunità è chiamata, come conditio sine qua non della sua sopravvivenza, ad arricchire la Chiesa con i doni ricevuti e fatti fruttificare, perché è solo questo che ne giustifica l’esistenza ecclesiale.

Emilio Grasso