Questo libro, come altri che lo hanno preceduto, è una raccolta di articoli scritti in diverse circostanze e in differenti contesti socio-culturali ed ecclesiali. Esso appartiene a quel genere di scritti che si potrebbero definire d’occasione, nell’accezione che ha dato Kierkegaard a questo termine.
Fu Kierkegaard, infatti, che mise in luce il valore dell’occasione come «categoria del finito», categoria che permette la transizione dalla sfera dell’idea a quella della realtà1.
Non vi è, quindi, un piano organico e sistematico nello scrivere, né un procedere alla redazione finale partendo da idee chiare e distinte.
Lo scritto, per me, altro non è se non la continuazione d’un rivolgersi a volti concreti, incontrati lungo le strade che percorro. Con questi volti v’è un dialogo interiore che si manifesta nel gesto, nella parola e anche nello scritto.
Io non determino l’occasione. Questa, nel suo senso etimologico di un «cadermi davanti», è la circostanza che rende possibile l’avverarsi d’un fatto, che dà l’opportunità di fare qualcosa. Essa, però, non è causa degli scritti, non è la condizione necessaria e sufficiente per il verificarsi di essi.
Resta solo un elemento concomitante e favorevole, ma non sostituisce la grazia e la libertà dell’incontro.
L’incontro autentico e profondo, dove una libertà si rivolge a un’altra libertà, non avviene a livello d’occasione, ma richiede il concorso della grazia e della decisione.
Senza la grazia e la libera decisione della risposta non v’è possibilità di relazione.
V’è dunque, dietro ogni scritto, anche quello apparentemente più anonimo e generico, un volto con il quale sono entrato in relazione e al quale mi sono rivolto, rispondendo anche alla sua invocazione.
La scelta d’un tema o d’un altro, l’insistenza su certe categorie anziché su altre, la stessa scelta di alcuni autori o la sottolineatura e la ricorrenza di determinate proposizione espositive, rispondono alle varie scansioni dei differenti dialoghi. E i dialoghi sono espressioni di mondi interiori che si incontrano nel mutare dei contesti storici.
Il dialogo interpersonale ha in sé una sacralità e una inviolabilità che non permette a nessun terzo l’ingresso in esso, se non attraverso la porta che i dialoganti offrono.
È sacrilego spiare dal di fuori il relazionarsi di due dialoganti, come sacrilego sarebbe il penetrarvi furtivamente per carpire segreti nascosti.
Tra l’io e il tu che s’incontrano nessun terzo può furtivamente introdursi, neanche Dio. Perché Dio, in qualsiasi incontro, non è il terzo incomodo che disturba e contende, ma è il fondamento, la possibilità e la pienezza personale del momento puro e unico dell’incontro. Egli o sta dentro l’incontro rendendolo trinitario e aperto all’eterno, senza limiti di spazio e tempo, oppure semplicemente non c’è.
È ormai pacificamente accettato che ci stiamo sempre più orientando verso un modello d’uomo segnato profondamente dalla relazione. «La visione antropologica oggi plausibile è quella che non ritiene la relazione come un accidente, come una specie di accessorio dell’uomo. Né si può ridurre la relazionalità al mondo psicologico o sociologico, ma occorre collocarla nell’ambito teologico che le è proprio, ambito più ontologico che morale»2.
«… La relazione è alla radice della vita umana; l’uomo è un essere dialogico, che però, con il peccato, ha rischiato d’innamorarsi del suo monologo, dimenticando quella Parola che lo ha generato e che ora continuamente lo chiama e interpella, lo provoca e inquieta, lo consola e incoraggia»3.
Se dietro ogni scritto v’è un volto, è quel volto che dobbiamo riscoprire affinché lo scritto possa interpellarci e rivelare anche a noi il «tesoro nascosto».
Nella mia storia sin dalla prima infanzia e dal mio primo esprimermi, l’Amore è sempre stato un volto.
Questo riferimento personale, questo riferimento a volti concreti e il risalire, attraverso di essi, l’aprirmi alla Fonte e al Culmine d’ogni volto — Fonte e Culmine non anonimi e impersonali ma essi stessi Persona unita a ogni persona4 — mi ha sempre creato grandi problemi.
In ambienti profondamente marcati da appartenenze ideologiche o da costruzioni meta-fisiche, che nella loro astrattezza avevano perso ogni riferimento al concreto fisico e storico, che unico permette di procedere verso l’Universale, ho sempre sofferto l’estraneità e l’isolamento, che è dato dalla non-appartenenza a un pensiero ritenuto comune.
La grande difficoltà che la mia stessa Comunità Redemptor hominis ha incontrato è consistita nel continuo riferimento a volti concreti, rifiutando, come spesso viene richiesto, di esprimersi in formule e categorie codificate e precostituite.
Scrivevo dieci anni fa nel nostro giornale di animazione missionaria: «Più volte ci siamo sentiti ripetere la stessa domanda che oggi anche Charles e Jeannette si sentono ripetere: “Perché avete scelto questa vita?”. La risposta nostra di allora è identica alla risposta di oggi: “Perché abbiamo visto dei volti, toccato delle persone, udito delle parole”. A gente abituata ad un “sacro” che non è mediato da nessuna incarnazione, un sacro che si manifesta in forme miracolose e straordinarie e non nella via povera, semplice, concreta dell’uomo, questa risposta suonava strana. Eppure a noi sembrava che tutto fosse semplice: “Come amare il Dio che non si vede se non si passa per l’uomo che si vede?”. Gente che pensava alla vocazione come alla famosa vocina interiore, si meravigliava della nostra estrema concretezza. Eppure senza questa concreta fisicità che individua l’amore, tutto sparisce nell’etereo. Allora, come oggi, per noi l’Amore è un volto.
Da allora molte cose sono passate, anche noi siamo cresciuti. Sollecitati a chiarire le nostre posizioni, abbiamo ripreso i libri in mano, siamo riandati a scuola, abbiamo conseguito un po’ di lauree in diverse facoltà teologiche. Ma l’intuizione delle origini, però, non è cambiata, anzi ha trovato più forza, più convinzione, più motivazioni intellettuali. Oggi, come allora, sulle strade del mondo è il Volto che ci guida. La nostra fede, ridotta alla sua essenzialità, se non vuol diventare ideologia, è l’incontro con un volto che ci conduce ad un altro volto, che ci conduce ad un altro... in una catena che ci porta indietro e avanti, ai punti Alfa e Omega, al Principio e alla Fine, a Colui cui appartengono il tempo e i secoli»5.
In questo passo, nella necessità del doversi giustificare, v’è anche la ragione del perché i testi scritti sono a volte appesantiti da troppe note6. Il perché si trova nel fatto che lo scritto, al contrario del dialogo interpersonale, non appartiene più solo ai soggetti della relazione, ma si rivolge anche a un terzo il cui volto non è rivelato.
Questo volto, pertanto, ha diritto di ricercare dei parametri di confronto, delle verifiche oggettive, delle fonti «terze» rispetto ai soggetti del dialogo le quali permettono di dare allo scritto un carattere di oggettività.
Si tratta anche di un atto di rispetto verso la libertà del lettore che non si vede costretto a prendere o lasciare, ad accettare o rifiutare, ma che si vede invitato ad approfondire, verificare, progredire, sviluppare e percorrere un proprio cammino di ricerca e di dialogo interiore.
Certamente questa strada richiede fatica e passione. Ma sono sicuro che tutte le verità vendute a basso prezzo e in mercati che si trovano troppo a portata di mano sono verità che prima o poi si rivelano ingannatrici e che feriscono e finanche uccidono l’intelligenza dell’uomo.
La verità della vita richiede sempre la partecipazione di tutto l’uomo e non d’un uomo mutilato nella sua intelligenza, nella sua responsabilità, nella sua partecipazione.
In un mondo che in tutti i campi richiede sicurezze e formule facilmente digeribili dobbiamo metterci e mettere in guardia da una lettura semplificata e da soluzioni preconfezionate.
L’espansione in tutti i continenti di differenti fondamentalismi, religiosi e secolarizzati, s’inserisce in questa logica del mercato dell’effimero e dell’immediato, del «tutto e subito», che cerca le scorciatoie e le soluzioni più comode, facendoci ritrovare in una tal leggerezza dell’essere che ci conduce, sballottati da ogni vento, ad abbracciare tutto e ogni suo contrario ed esserne abbracciati, morendo soffocati senza sapere da chi e per qual ragione.
In un breve articolo pubblicato sul nostro giornale d’attività missionaria, commentando alcune lettere di Gramsci, scrivevo che «un’analisi ampia e approfondita della “vita nascosta” del Gramsci ci porterebbe ad illuminare tanti aspetti così originali del suo pensiero che privilegiano il volto sul sistema»7.
Scrivevo, in quell’articolo, che «solo il partire da un volto permette di aprirsi oltre se stessi: ad una massa, per Gramsci, al Volto comprensivo, realizzante e trascendente ogni volto, per noi. Cioè la discriminante di fondo passa tra un modo di pensare che parte da un insieme di verità (poco importa se rivelate, ragionate o semplicemente accettate) e un modo di pensare che si collega ad un volto singolo che, però, si realizza nella sua pienezza solo aprendosi oltre la propria singolarità. Partendo dall’incontro con un volto nasce tutta una cultura che vuole entrare in rapporto, comunicare, conservare, sviluppare, difendere, perpetuare, portare a pienezza. Una “cultura del volto” non è dogmatica, non è schematica. È dinamica, permeabile al nuovo, non trionfalmente chiusa in se stessa. È aperta a Colui che è “punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni”. Se noi vogliamo operare per inserire in una concreta area culturale non un messaggio astratto, ma il dinamismo salvifico dell’Unico Volto che porta tutto a compimento, noi abbiamo bisogno di sviluppare una “teologia del volto”. Una “cultura del volto” non si apre che ad un Volto»8.
Attorno a queste polarità del volto e d’una teologia del volto si muove anche questa raccolta di articoli. Scritti per differenti riviste e in momenti differenti, mantenendo il loro carattere di scritti d’occasione, essi trovano una loro continuità logica nella triplice ripartizione che ho loro dato.
Testimoni
Sono partito da sei testimonianze che ho incontrato sulla mia strada e che per differenti aspetti hanno inciso nel mio procedere. Con tutti ho contratto, in un certo qual senso, un debito di riconoscenza.
- Il centenario del J’accuse di Emile Zola mi ha permesso di rileggere ancora una volta un testo di Charles Péguy.
In un tempo di forte disaffezione nei confronti dell’impegno politico e di riduzione di questo a mera ricerca e gestione del potere, la profetica scrittura dell’autore francese conserva tutta la sua freschezza e parla al nostro tempo che cerca regole e comportamenti più coerenti con gli impegni presi.
- Ignazio Silone continua a inquietare e interrogare le coscienze anche a venti anni dalla morte. Non credo che le documentazioni raccolte in questi ultimi tempi e pubblicate sulla rivista «Nuova storia contemporanea», che fanno di Silone uno zelante informatore della polizia fascista9, scalfiscano minimamente la testimonianza umana e letteraria dello scrittore.
L’articolo qui riprodotto fu pubblicato da una rivista in Paraguay, «Acción». Laggiù, dove la situazione del campesinato fa rivivere le pagine di Fontamara, così somigliante a uno dei tanti paesini contadini dell’America Latina, Silone può insegnarci il primato della libertà su tutti i condizionamenti sociali e strutturali, primato che fa «della coscienza non la figlia, ma la generatrice d’una storia nuova».
- Nel pianeta giovani, ove assistiamo a quel processo di omologazione già annunziato e descritto da Pasolini, la permanenza del mito del Guevara apre degli interrogativi sulle ragioni del suo fascino.
Interrogare l’immaginario collettivo, per cercare di scorgere le profondità remote nascoste nell’inconscio e che si manifestano nel culto dell’uomo immortalato nella «foto più famosa e più riprodotta nella storia della fotografia mondiale», permette di scorgere delle tensioni insospettate ai nostri tempi nei confronti del valore della fedeltà fino alla morte, che il Guevara rappresenta.
- Riporto anche una sintesi di due articoli pubblicati su «Acción» e «Consacrazione e Servizio» che cerca di esprimere il nesso tra cultura e annunzio come testimoniato nell’esperienza di don Milani.
Come con acume sottolineava Padre Balducci, don Milani ci ha lasciato non un modello da imitare, ma un messaggio che chiama sempre a nuove creazioni.
Se letto come modello da imitare, don Milani risente l’usura del tempo. Accolto, invece, come messaggio, il priore di Barbiana provoca ancora oggi e ha ancora molto da dire, specialmente in mezzo a quei contadini che costituiscono le grandi popolazioni dell’America Latina.
Come Silone, anche don Milani ci dà delle chiavi interpretative che possono arricchire coloro che lavorano in quelle terre. Vi sono delle eredità, da noi ricevute, che ancora hanno la capacità di condurci verso il futuro.
- Quando nel lontano 1961 iniziai gli studi filosofico-teologici nel Collegio Capranica si parlava molto d’un tal don Nino Miraldi. Tout court veniva chiamato il prete. Ricordo che a quei tempi v’erano certe divisioni, delle linee di demarcazione che separavano i cosiddetti curiali dai cosiddetti pastorali. Linee che poi la conoscenza e rapporti di sincera amicizia hanno ben superato.
Miraldi, prete romano, fu uno dei primissimi a partire da Roma come missionario fidei donum per il Brasile.
Nelle sue poche lettere, che sono state ultimamente pubblicate, viene in emergenza la figura d’un «prete autentico», d’un uomo dotato d’una fortissima intelligenza critica che si unisce a un profondo senso della fede. Un uomo dal grande afflato missionario, che nel primato della fede e dell’impotenza della croce, coniugati con l’amore al popolo che soffre nella periferia del mondo, ha saputo trovare i motivi di superamento dell’ideologia per rapportarsi a volti concreti che non ha abbandonato.
Un uomo che chiama a rimettere in discussione schematismi e luoghi comuni di cui molti si nutrono.
- Non ho conosciuto Baba Simon, ma la sua figura m’incuriosì sentendone un giorno parlare dall’indimenticabile Arcivescovo di Yaoundé, mons. Jean Zoa, mentre viaggiavamo tra i tanti scossoni che le piste africane provocano quando si riempiono di fango.
Raccolsi i pochi elementi bibliografici esistenti e pubblicai un breve articolo nella rivista belga «Eglise et Mission», ripreso poi in Italia per la rivista «Jesus Caritas». La spiritualità di Baba Simon, infatti, risente di quella di Charles de Foucauld.
Scrissi questo breve articolo per indicare ai più giovani amici della Comunità che si formano nel Centro di Formazione a Mbalmayo in Camerun, quello che mi pare essere come un «nuovo volto della missione in Africa».
Attualità
Una relazione tra persone implica sempre un continuo riferimento a un terzo elemento e una collocazione nel tempo e nello spazio. Questi non sono scelti a nostro gradimento, ma ci sono dati nella loro consistenza determinata da fattori a noi esterni.
Una relazione che non sa collocarsi nei contesti storici è una relazione che muore nell’asfissia d’un intimismo narcisistico, illusoriamente autosufficiente.
L’attenzione ai fatti e ai contesti storici permette alla relazione di collocarsi nei suoi ambienti logicamente connaturali e di poter esprimere tutta la potenzialità della ricchezza del rapporto.
Si crea un processo che non isola la relazione dalla natura e dalla storia; di queste, anzi, si arricchisce e a sua volta con esse interagisce dando l’apporto delle energie che fa sprigionare.
Una lettura del giornale, degli avvenimenti che si svolgono contemporanei nello stesso palcoscenico in cui viviamo, permette alla relazione di confrontarsi con la quotidianità e di nutrirsi di essa.
Ma la quotidianità non esiste nella nudità del fatto puro. Essa ci perviene sempre mediata da una interpretazione. E ogni interpretazione, al fondo, resta sempre dipendente da una relazione.
Non esiste oggetto al di fuori del soggetto che lo legge. Parlare di mera oggettività dei fatti, al di fuori dei soggetti che li leggono e li descrivono, ancor prima d’essere una pia illusione, è un inganno a noi stessi e agli altri.
Non esistono verità oggettive chimicamente pure, non toccate cioè dai soggetti che le recepiscono e le comunicano.
Un soggetto relazionato con un volto legge la realtà in maniera ben differente da un altro soggetto non relazionato o relazionato con altri volti.
La mia lettura dell’attualità, in cui consiste la seconda parte di questo libro, è senz’altro una mia lettura. In essa, cioè, entra la mia storia, la mia vita, le persone che ho incontrato, gli ambienti nei quali ho respirato. Essa non è avulsa dalle situazioni in continuo cambiamento che ho vissuto e che vivo. Lo stesso accadimento, infatti, potrebbe essere sottoposto a diversi tipi di lettura non solo nel variare dei soggetti, ma anche nel variare dei tempi da parte dello stesso soggetto.
Mi sono all’inizio fermato su tre tempi che concernono la nostra quotidianità, cercando di tracciare alcune linee interpretative per un bilancio di fine millennio.
- Ho cercato di mettere in evidenza che bilanci e prospettive hanno senso solo se accettano di muoversi tra memoria e futuro. Se non hanno dei punti di riferimento stabile, perché il continuo divenire della realtà consuma ogni possibilità di rapportarci all’essere delle cose, allora bilanci e prospettive perdono la loro capacità di significato e si riducono a semplici schemi descrittivi di fenomeni apparenti.
Qui riviene la categoria di relazione come categoria fondante ogni valore.
La relazione, come modo di essere delle tre persone divine nella Trinità, costituisce anche l’essere dell’uomo come immagine del Dio Trinità.
L’uomo, anche nel peccato, resta sempre un essere relazionato. Perfino colui che vive apparentemente senza relazioni resta sempre necessariamente un esse ad. Anche se fosse soltanto relazione illusoria all’immagine di se stesso o alla sublimazione o proiezione dei propri desideri, falsamente creduta reale.
8-9. È per questo che in due successivi articoli, Il deserto dei Tartari e Bontà crudele, ho messo in luce le mistificazioni di cui sono portatori i trascendentali metafisici di Verità e Bontà quando perdono la loro specificità di relazione a un Volto.
Qui si chiarisce meglio la precedente affermazione secondo cui ogni lettura dell’attualità rimane sempre una mia lettura, compiuta cioè da un essere relazionato, il cui fascio di relazioni e la cui relazione fondante ne determinano le modalità.
Relazione fondante e insieme di relazioni costituiscono una priorità ontologica che toglie ambiguità alla missione e la riporta nel suo ambito originario che altro non è se non il prosieguo delle missioni trinitarie.
È la relazione a Cristo, che se ha una priorità ontologica non sempre ha quella cronologica, a dare a tutte le altre relazioni, che appaiono come solamente umane e temporali, un valore eterno che di conseguenza si può tradurre anche in principi eternamente validi.
Scrive Padre Špidlík: «A tale proposito si può citare il famoso detto di Dostoevskij che tutto è permesso a chi non crede in Dio. Si sa che anche egli non credeva che l’uomo potesse essere sufficientemente diretto nel suo agire morale dai soli principi astratti. Ma d’altra parte era convinto che l’uomo non può essere considerato uomo senza la sua essenziale relazione con l’Uomo-Dio. Sembra strana la sua affermazione: “Se qualcuno mi avesse dimostrato che Cristo è fuori dalla verità, avrei preferito senza esitare restare con Cristo che con la verità”. Se diamo in questo contesto, al termine “verità” un senso puramente astratto, il significato della frase è chiarissimo»10.
Nella missione, nell’esodo continuo da se stessi, si gioca la nostra vita come sviluppo della relazione fondante e come verità e bontà delle relazioni che a essa ci hanno condotto e da essa discendono. Relazione fondante che si colloca come Fonte e Culmine, Alfa e Omega d’ogni nostra ulteriore relazione e d’ogni valore.
Alla luce di questi principi ermeneutici ho affrontato due questioni di recente attualità.
- In un articolo pubblicato sulla rivista «Servizio Migranti» ho enucleato alcuni interrogativi posti dal volto di Sémira Adamu, giovane ragazza nigeriana emigrata in Belgio sans papiers, morta soffocata in un aereo che avrebbe dovuto forzatamente riportarla tra le braccia di un uomo che non amava.
Di fronte all’attualissimo problema dell’emigrazione, siamo chiamati a dare delle risposte che non possono racchiudersi, per noi cristiani, nel recinto d’una illusione che soffoca e che non guarda in faccia la verità, nutrendosi solo di una serie di bontà crudeli.
- Gli stessi interrogativi ritornano a proposito dei conflitti nei Balcani.
In un articolo pubblicato su «Consacrazione e Servizio» ho posto i termini ineludibili della questione e le conseguenze che scaturiscono dall’assolutizzazione di un solo principio.
In Guerre umanitarie ho ricordato la tentazione, sempre in agguato per noi cristiani, di ricercare messaggi illusoriamente salvifici e facili trionfalismi dettati da soluzioni ritenute a portata di mano.
Il dramma della pulizia etnica ci richiama Auschwitz e ci ricorda la verità che Auschwitz e guerre accompagneranno l’umanità nel suo pellegrinare. Esse sono sempre possibilità nelle mani dell’uomo che, nella sua libertà, può farsi schiavo e seminatore di odio e morte.
- Chiude la seconda parte un’analisi, a trent’anni di distanza, degli avvenimenti noti come «maggio ’68». Cosa rimane di quel periodo che ha così profondamente marcato una generazione?
Nello scrivere Da maggio 1968 a maggio 1998, per la rivista «Acción», ho rifatto un percorso che mi sembra vada conosciuto ed esaminato, se si vogliono comprendere alcuni comportamenti dei giovani d’oggi. Ho rifatto quel percorso che a me è sembrato marcato non dal peccato dell’aver sognato, ma da quello di non aver avuto la pazienza dell’ineludibile fatica per poter tradurre, ogni giorno di nuovo, il sogno in pane quotidiano.
Riflessione
Nella terza parte, da me chiamata Riflessione, affronto alcuni problemi di natura più scientifica e sistematica legati alla missione.
I primi due articoli, infatti, compaiono su una rivista svizzera di riflessione scientifica sulla missione. Si tratta della «Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft».
- Nel primo ho ripercorso l’evolversi de La coscienza missionaria della Chiesa in Italia dal Concilio ad oggi. Ho in tal maniera rivisitato persone e avvenimenti che permettono di comprendere le linee portanti delle scelte attuali, nella dimensione missionaria, della Chiesa in Italia.
Non ho ritenuto opportuno ritoccare l’articolo in questione, esaminando il recente II Convegno missionario nazionale e la recente lettera della CEI dal titolo L’amore di Cristo ci spinge (4 aprile 1999), nella quale si sintetizzano gli elementi emersi nel Convegno.
- Il centenario della nascita di Paolo VI mi ha dato l’occasione di relazionarmi di nuovo con questo venerato Papa, sotto il cui pontificato completai gli studi teologici, divenni prete e mossi i primi passi di ministero sacerdotale nella periferia di Roma.
In quella periferia nacque, con parto travagliato, quella che è oggi la Comunità Redemptor hominis.
Esaminando La terminologia missionologica nei messaggi di Paolo VI per la Giornata missionaria mondiale ho posto in luce il lento processo di recezione del decreto conciliare Ad gentes ed evidenziato, con analisi storica, come l’approfondimento e lo sviluppo delle mutevoli circostanze nelle quali la missione si svolge porterà in futuro a nuove precisazioni e a una sempre più piena comprensione del problema.
- Ritorno poi, in un articolo pubblicato su «Acción», sulla questione dell’inculturazione, tema da me trattato in altri articoli.
L’occasione mi è fornita daL’omelia di Giovanni Paolo II in piazza della Rivoluzione a La Habana.
In questa omelia Giovanni Paolo II dà una magistrale lezione d’inculturazione, proclamando, in categorie comprensibili e intelligibili all’interno della stessa esperienza del popolo di Cuba, il Vangelo della libertà e della verità.
- Nell’ultimo articolo Religiosi domani: mistici nella storia, pubblicato su «Vie Consacrée», pongo alcune questioni concernenti il futuro della vita consacrata, come radicalità evangelica, nel contesto della società d’oggi immersa nella cultura moderna e postmoderna.
Se la cultura moderna e postmoderna tocca maggiormente il nostro mondo occidentale, il fenomeno avanzante della globalizzazione dei mercati e dei comportamenti non risparmia neanche le società del cosiddetto Sud del mondo.
Al di là di qualsiasi analisi appare certo che noi siamo gli ultimi testimoni di un certo modo d’essere cristiano. Questo non indica la morte del cristianesimo, ma di certo ci chiama, con fedeltà creativa, al superamento di certe forme storiche che non permettono più la comunicazione e l’espansione delle energie cristiche.
Si tratta, per concludere, dell’urgenza della nuova evangelizzazione che richiede, nella fedeltà intelligente alla nostra memoria, una nuova inculturazione del Vangelo per dar vita a nuove forme di comunità di testimoni del Signore di tutti i tempi.
All’alba del Terzo Millennio, nel tempo in cui cadono i nostri progetti e le nostre illusioni, siamo chiamati al coraggio dell’immersione nell’avventura della fede che sospinge verso nuovi orizzonti.
Questa fede non ci dispensa dalla fatica e dall’esodo dalle nostre sicurezze. Essa ci conduce alla luce del mattino che viene, passando attraverso la sofferenza della notte oscura.
In questo tempo di deserto e di morte siamo chiamati alla speranza che ci è data dalla memoria della nostra storia. Memoria di un volto che divenne e sempre più diviene il Volto che fonda, sostiene e rende nuova ogni creazione.
Tra memoria e futuro la vita, come «realizzazione di un sogno di gioventù», continua a indicarci ogni giorno, momento per momento, il Volto del Signore riflesso nel volto dell’uomo e a esso misticamente unito.
Emilio Grasso
______________________________
[1] Cfr. Occasione, in N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia,Torino 1968, 615.
[2] M. I. Rupnik, Dall’esperienza alla sapienza. Profezia della vita religiosa, Roma 1996, 64.
[3] A. Cencini, Quali vocazioni per una vita consacrata rinnovata? Quale vita consacrata per vocazioni «nuove»?, Conferenza tenuta alla Assemblea Generale dell’USG (Ariccia, 26 maggio 1999), dattiloscritto, 4.
[4] Cfr. GS 22.
[5] E. Grasso, Sulle strade del mondo è il volto che ci guida, in «Missioni Redemptor hominis» n. 15 (1989) 1.
[6] In una recensione apparsa sulla rivista «Claretianum» 33 (1993) 495-496, con penetrante intuito l’estensore conclude con questa annotazione: «L’insieme dei saggi è di facile lettura. Non tanto per la brevità dell’estensione quanto per la chiarezza del pensiero e la scorrevolezza dello stile. Forse il ricorso al Magistero ha qualche intenzionalità pedagogica, poiché esso appare più frequente di quel che gli argomenti richiederebbero. Si avverte pure l’appiglio ad alcuni autori ritenuti più “sicuri”. Senza angoscia, però».
Anche questa è una ragione dell’appesantimento dei testi con molte note. Una «intenzionalità pedagogica» per porre in chiaro le ricchezze inesplorate contenute nel Magistero e in autori ritenuti più «sicuri» e le conseguenze che ne possono scaturire. Fin quando le affermazioni non hanno conseguenze sono pacificamente accolte. Tutti i problemi nascono quando ci si sforza di vivere le cose dette.
[7] E. Grasso, Per una cultura del volto, in «Missioni Redemptor hominis» n. 8 (1987) 6. In un libro recentemente uscito viene affrontata la sofferta tensione non risolta vissuta da Gramsci nel tentativo di conciliare la dimensione personale con quella politica, cfr. A. Lepre, Il prigioniero. Vita di Antonio Gramsci,Roma-Bari 1998.
[8] E. Grasso, Per una cultura…, 6.
[9] Cfr. C. Valentini, Una spia, minuto per minuto. Lo strano caso di Ignazio Silone, in «L’Espresso» n. 23 (10 giugno 1999) 109-110.
[10] T. Špidlík, L’uomo, essere storico, in «Studium» 95 (1999) 172.
Emilio Grasso, Il Volto in ogni volto. Uomini e donne alla periferia del mondo, EMI, Bologna 1999, 192 pp. |
INDICE*
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Premessa |
7 |
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TESTIMONI |
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|
Mistica e politica |
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|
La fedeltà all’ideale contemplato |
11 |
|
[El rol de los intelectuales. El “caso” Dreyfus, in «Acción» n. 183 (1998) 29-31] |
|
|
Ignazio Silone: la scintilla della libertà |
19 |
|
[Mundo de campesinos, campesinos del mundo, in «Acción» n. 191 (1999) 26-29] |
|
|
Il fascino della fedeltà |
|
|
Che Guevara nell’immaginario collettivo |
29 |
|
[A los 30 años de la muerte del Che Guevara. La fascinación de la fidelidad. Che Guevara en el imaginario colectivo, in «Acción» n. 177 (1997) 28-31] |
|
|
Cultura e annunzio del Vangelo |
|
|
Il messaggio pedagogico di don Lorenzo Milani |
39 |
|
[Escuela popular no es escuela de rico en pequeña dosis, in «Acción» n. 175 (1997) 14-16] |
|
|
[I Care. Don Lorenzo Milani a trent'anni dalla sua morte, in «Consacrazione e Servizio» 46/9 (1997) 53-60] |
|
|
Un prete autentico |
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|
La testimonianza di don Nino Miraldi, missionario romano in Brasile |
51 |
|
Baba Simon |
|
|
Nuovo volto della missione in Africa |
63 |
|
[Baba Simon: un nouveau visage de la mission en Afrique, in «Eglise et Mission» 77 (1997) 173-181] |
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|
[Nuovo volto della missione in Africa, in«Jesus Caritas»n. 69 (1998) 56-65] |
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ATTUALITÀ |
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|
Tra memoria e futuro |
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|
Quale bilancio per la fine del millennio? |
77 |
|
Il deserto dei Tartari |
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Uscire dall’illusione che allontana e uccide la verità |
83 |
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Bontà crudele |
89 |
|
[Bondad cruel, in«Acción» n. 190 (1998) 27-29] |
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|
La libertà di dire no |
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|
Sémira Adamu e i «sans papiers»: quali domande per la Chiesa?.........97 |
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|
[La libertà di dire no. Sémira Adamu e i “sans papiers”: quali domande per la Chiesa?, in «Servizio Migranti» 8 (1998) 401-404] |
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|
[La libertad de decir no. Sémira Adamu y los “sin papeles”, in «Acción» n. 189 (1998) 25-27] |
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|
Guerre umanitarie |
|
|
Il nodo irrisolto del conflitto nei Balcani |
103 |
|
[Guerre Umanitarie. Conflitto nei Balcani e povertà dei consacrati, in «Consacrazione e Servizio» 48/6** (1999) 39-45] |
|
|
Da maggio 1968 a maggio 1998 |
109 |
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[De mayo 1968 a mayo 1998, in «Acción» n. 184 (1998) 24-26] |
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RIFLESSIONE |
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La coscienza missionaria della Chiesa in Italia dal Concilio ad oggi |
117 |
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[La coscienza missionaria della Chiesa in Italia dal Concilio ad oggi, in «Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft» 54 (1998) 23-34] |
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|
La terminologia missionologica nei messaggi di Paolo VI |
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|
per la Giornata missionaria mondiale (1963-1978) |
135 |
|
[La terminologia missiologica nei messaggi di Paolo VI per la Giornata missionaria mondiale (1963-1978), in «Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft» 54 (1998) 125-131] |
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L’omelia di Giovanni Paolo II in piazza della Rivoluzione a La Habana |
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Una magistrale lezione d’inculturazione |
147 |
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[La homilía de Juan Pablo II en la Plaza de la Revolución en La Habana, Cuba, in «Acción» n. 181 (1998) 27-29] |
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Religiosi domani: mistici nella storia |
155 |
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[Religieux demain: mystiques dans l'Histoire, in «Vie Consacrée» 71 (1999) 200-214] |
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Postfazione |
171 |
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*Molti degli articoli, presentati in questo libro in versione ampliata e aggiornata (laddove necessario), erano stati pubblicati in precedenza su riviste di cui indichiamo i riferimenti bibliografici.
** Erroneamente su questo numero di «Consacrazione e Servizio» risulta l'annata 47.