La Pascua Joven (“Pasqua giovane”) – che si svolge ormai tradizionalmente nella nostra parrocchia di Ypacaraí come un importante momento formativo nel contesto del Triduo Pasquale – anche quest’anno ha visto la presenza attenta, seria e organizzata dei giovani appartenenti ai tre anni della preparazione per la Cresima.
Oltre all’approfondimento di tematiche umane, culturali e religiose, sul senso della vita e delle scelte che ognuno
è chiamato a fare, queste tre giornate di ritiro si sono distinte anche per intensi momenti emotivi, soprattutto con la testimonianza di Daysi e Alberto, e per la partecipazione devota e ordinata dei ragazzi alle varie celebrazioni liturgiche.
L’analisi di alcune caratteristiche della società di oggi, nella quale sempre più emerge un individualismo narcisista e si elimina l’incontro fisico per sostituirlo con una moltitudine di relazioni virtuali che passano per le reti sociali, attraverso lo schermo di un computer o di un cellulare, ha dato ad Emilio lo spunto per introdurre questa Pascua Joven e per invitare i giovani a scoprire e a vivere relazioni reali, a non nascondersi e isolarsi dietro un cellulare, approfittando di queste giornate per socializzare, conoscersi, parlare e confrontarsi con gli altri su tante situazioni che vivono.
Chiamati a una vita concreta e reale
La società virtuale, richiamava Emilio, lascia ciascuno nella propria solitudine, chiuso in se stesso, nell’illusione di essere in contatto con tutti, attraverso una connessione, un profilo, una foto postata sulle reti sociali.
Si dimentica volutamente, in una specie di autoinganno, che si tratta solo di una relazione tra due apparati, due cellulari connessi, dove la relazione concreta è rimpiazzata, da un “mi piace” posto sotto un profilo.
Sperimentiamo tutti, in un modo o nell’altro, come anche Papa Francesco ha sottolineato in diverse occasioni e ha scritto nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, i diversi sintomi di una cultura del provvisorio, dell’usa e getta, dello scarto, della relatività e della velocità delle relazioni di qualsiasi tipo, anche quelle affettive. “Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente… Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve” (Amoris laetitia, 39).
La realtà virtuale depura la vita dalla fatica, dallo sforzo, dalla gioia e dalla sofferenza di una relazione umana, affettiva, dal contatto fisico e reale che richiede un tempo, un impegno, una cura, un sacrificio, un ascolto dell’altro.
Per questo sono importanti momenti come questi, spiegava Emilio ai giovani, che ci permettono di socializzare,
di incontrare veramente gli altri, di non stare piegati e soli con il proprio cellulare a contemplare se stessi.
Senza togliere nulla all’utilità del cellulare, se usato razionalmente, questo strumento per molti giovani, in effetti, sembra essere sempre più, come affermava il noto sociologo Franco Ferrarotti, una protesi della mano della persona, un prolungamento dell’arto che, però, crea sempre più un essere deforme incapace di relazionarsi, pauroso di contatti veri, un uomo per il quale non esiste niente e nessuno, solo il proprio “io”, chiuso in un autismo autoprodotto e nella menzogna virtuale. Dietro lo schermo, infatti, nessuno ti vede, nessuno ti sente, nessuno ti dice niente e non c’è bisogno di assumersi la responsabilità del proprio agire.
Dio, però, richiamava Emilio, ha creato l’uomo come essere sociale, capace di avere relazioni con i suoi simili e di vivere le sfide autentiche che la vita ci offre. Per affrontare la realtà della vita, la prima cosa che i giovani devono fare, è quella di uscire dalla ricerca di tutto ciò che è facile, che non costa fatica e sforzo, che da una soddisfazione momentanea, che determina, virtualmente però, tutto ciò che si vuole.
La vita virtuale non si confronta con la difficoltà autentica del reale. L’amore, la famiglia, la società si costruiscono sempre con sacrificio, ponendosi al servizio non dei capricci altrui, ma delle necessità autentiche degli uomini, come ci ha mostrato la passione e la morte di Cristo. Ognuno, in tal senso, è chiamato a cambiare la propria vita, la mentalità, la maniera di agire, a non stare sempre contemplando la propria immagine, ma ad essere come Gesù, vivendo la vita reale, confrontandosi con persone concrete che vivono i problemi, gli ostacoli, le gioie e le sofferenze dell’esistenza.
La testimonianza di Daysi e Alberto
La realtà della vita è quella di persone fisiche, come Daysi e Alberto, che conosciamo da tanti anni, cresciuti nella nostra parrocchia. Con la loro testimonianza viva e vera hanno mostrato la realtà della loro relazione, quella dell’amore tra due ragazzi che si sono conosciuti, hanno formato una famiglia, sono diventati genitori, assumendo responsabilmente tutte le conseguenze, le sfide, le prove che questa loro scelta, nella buona e nella cattiva sorte, ha presentato loro.
Daysi e Alberto, tra tanta emozione, hanno trasmesso ai giovani ciò che hanno costruito e vissuto tra di loro e
con Lucas, il loro primo figlio, affetto da una grave malattia. La loro storia, raccontata in maniera semplice ma efficace, ha suscitato una grande commozione tra i presenti ed è stata per tutti un momento molto intenso di questa Pascua Joven.
Daysi e Alberto hanno costruito il loro amore e la loro famiglia non su un sentimento momentaneo e superficiale, ma come una vera vocazione.
La loro storia non è straordinaria, anzi, si può considerare una storia normale. Figli di famiglie semplici, umili, si sono incontrati da ragazzi, hanno frequentato la parrocchia, si sono fidanzati, hanno terminato i loro studi, si sono conosciuti e preparati durante nove anni, non isolandosi, ma impegnandosi e aprendosi agli altri, anche come catechisti, lavorando – entrambi sono insegnanti – per avere la possibilità di formare una famiglia, avere una casa, dei figli. Si sono sposati.
Ad un certo punto nella loro vita è arrivato Lucas. Un bimbo straordinario, che molti dei giovani presenti avevano conosciuto. Lucas però è nato con dei problemi. Ad un certo punto Alberto e Daysi si sono resi conto che non cresceva e non aumentava di peso, stava male.
È iniziato un lungo calvario per Lucas e per i suoi genitori. In Paraguay, quindici anni fa, quando Lucas è nato, nonostante tutti gli studi e analisi, anche molto costosi per una famiglia come la loro, non riuscirono a diagnosticare la sua malattia.
Daysi e Alberto non si dettero per vinti, iniziarono a cercare in qualsiasi direzione la possibilità di sapere cosa aveva Lucas e di curarlo. Con l’aiuto dei parenti, una numerosa famiglia, e di tanti amici, perché non avrebbero potuto affrontare da soli tutto il carico anche economico della malattia, lo portarono in Cile, come indicavano i medici, dove in poco tempo gli diagnosticarono un’insufficienza renale acuta con poche speranze di vita.
Iniziarono le cure. A quel tempo non si poteva parlare di trapianto e neppure di dialisi, che Lucas non aveva la forza e il peso di sopportare. Si sapeva però che, prima o poi, Lucas sarebbe dovuto andare in dialisi se fosse riuscito a sopravvivere. Attraverso cure e controlli, cercarono di rendergli la vita il più normale possibile. Andava a scuola con risultati superiori alla norma, era un bimbo vivace, attivo, attento, sensibile, con un’intelligenza acuta e perspicace. Quando ebbe l’età di capire il suo stato fisico, domandava ai medici e sapeva tutto della sua malattia, sapeva che se avesse soddisfatto le condizioni sarebbe potuto entrare nella lista d’attesa per un trapianto.
Daysi e Alberto hanno sempre curato, seguito e accompagnato Lucas con grande amore, dentro e fuori degli
ospedali, per le visite mediche, negli alti e bassi della sua malattia. Tutto quel che potevano fare lo hanno fatto. “Con l’aiuto di tante persone che troviamo sempre al nostro fianco – ha detto Daysi – e che Dio pone sul nostro cammino, siamo potuti andare avanti”.
Dopo un primo tentativo di trapianto, mancato perché Lucas non stava bene, lo scorso anno, nel mese di novembre, pochi giorni prima del suo quindicesimo compleanno, è apparso un donatore compatibile. Nonostante i tanti timori per l’operazione, Daysi e Alberto vivevano la felicità e l’entusiasmo di Lucas per questa opportunità.
Dopo il trapianto le cose sembravano andare nei migliori dei modi. Presto però sono iniziate le complicazioni, fino a che è stato diagnosticato il rigetto e il rene trapiantato ha dovuto essere asportato. In poco più di un mese, Lucas, tra speranze e sconforti, ha subito sette operazioni. Il suo fisico non ce l’ha fatta, ma non voleva morire il giorno di Natale. Ha resistito ed è morto mezz’ora dopo la mezzanotte, quando era già il 26 dicembre.
Daysi, raccontando questa storia, con l’emozione e la sofferenza nel rivivere tutti i momenti felici e dolorosi passati con Lucas, ha voluto rimarcare per i giovani presenti l’importanza di curare, in qualsiasi momento, l’aspetto spirituale della vita. “Senza una forza spirituale, la forza della fede, non possiamo fare neppure un passo ed è difficile andare avanti. Con l’aiuto di Dio, per quanti ostacoli incontriamo nella vita, troveremo sempre la possibilità di avanzare, ma se non abbiamo Dio nel nostro cuore, nella nostra vita quotidiana – diceva Daysi – crolleremo e non potremo rialzarci. Quello che vorrei dirvi con insistenza è di non aver paura di avvicinarvi a Dio. Noi senza la fede e l’aiuto di tante persone non avremmo potuto sopportare tutto questo”.
“Quello che abbiamo vissuto – ha raccontato Alberto – non è virtuale, ma ben reale, e solo l’amore, la relazione forte tra me e mia moglie, insieme alla fede in Dio, ci ha permesso di sostenere tutto quanto abbiamo vissuto e di amare Lucas con tutte le nostre possibilità, mantenendoci saldi nella nostra relazione”.
Daysi e Alberto si sono anche raccomandati ai giovani che li ascoltavano di non affrettarsi nelle relazioni sessuali, perché queste non sono tutto. “Conoscere bene la persona con la quale pensate costruire una vita, amarvi e affidarvi a Dio, questa è la cosa più importante. Non anticipate i tempi, crescete in un gruppo giovanile, in un impegno cristiano, in parrocchia, curate l’aspetto spirituale, per crescere insieme quando sarà il momento di fidanzarvi, però non giocate con l’amore. Se il matrimonio è la vostra vocazione, che sia ben fondato umanamente e spiritualmente. Se veramente costruite con amore, per quanti ostacoli incontrerete potrete sempre risollevarvi”.
Alberto ricordava a tutti che si deve amare quel che si fa e si deve farlo bene, altrimenti è meglio non farlo. Ha raccontato che quando era giovane e frequentava la nostra parrocchia, ascoltò una riflessione sul tempo come
dono di Dio e sul passare del tempo. Ogni cosa ha il suo momento – sottolineava – c’è un tempo per piangere, uno per ridere, uno per raccogliere e un altro per seminare.
“Ciascuno – diceva Alberto – deve approfittare del tempo che ha, deve riempirlo con le cose buone che la vita gli offre e ogni cosa ha il suo tempo. Vi posso assicurare, insieme a Daysi, che la nostra storia con Lucas non è stata virtuale; siamo reali e ci siamo aiutati e sostenuti in tutto quello che dovevamo fare per Lucas. Per me tutto è stata una croce di amore. E devo dire che tutte le porte dove andavamo a bussare ci si sono aperte, con Lucas davanti. In qualsiasi posto andavamo, ci conoscevano come i genitori di Lucas. La croce – continuava Alberto – può apparire in qualsiasi momento della vita, come è apparsa per noi, ma se non l’abbracciate con amore, non potrete sopportarla. La croce è sofferenza, ma nello stesso tempo è amore, senza l’amore la croce risulta insopportabile e il tutto non ha senso. Per questo vi invito a vivere bene il tempo che state passando qui, in queste giornate, questa vostra gioventù, come tempo dedicato a Dio. È una formazione importante quella che state ricevendo, con essa Dio prepara ciascuno a portare la croce che arriverà nella vita. Ma ricordatevi che chi abbraccia la croce con Cristo – ha concluso Alberto – arriva anche alla sua Resurrezione”.
È questo il messaggio lasciato a tutti i giovani di questa Pascua Joven.
(A cura di Emanuela Furlanetto)
23/04/2018